L'Italia segna un passo avanti significativo nella lotta contro l'abbandono scolastico precoce, raggiungendo la soglia del 10%. I dati diffusi a metà agosto 2026 confermano un trend positivo che avvicina il nostro Paese all'obiettivo europeo del 9% fissato per il 2030, ma le organizzazioni sindacali invitano alla cautela: senza investimenti strutturali e una stabilizzazione degli organici, il rischio di un'inversione di tendenza resta concreto.
Il dato, che fotografa la percentuale di giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno abbandonato gli studi dopo la licenza media o senza concludere un percorso di formazione professionale, mostra una riduzione costante rispetto agli anni precedenti. Tuttavia, dietro la cifra tonda del 10% si nascondono disparità territoriali e criticità gestionali che la scuola italiana si trascina da decenni.
I numeri del calo: verso i parametri europei
Il raggiungimento della quota del 10% rappresenta un traguardo psicologico e politico di rilievo. Solo pochi anni fa, nel 2021, la dispersione scolastica in Italia si attestava sopra il 12,7%, ponendo il Paese tra i fanalini di coda dell'Unione Europea. La discesa progressiva — passata per l'11,5% del 2022 e il 10,5% rilevato nel 2024 — è il risultato di una combinazione di fattori, tra cui l'impiego massiccio dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) destinati specificamente al contrasto dei divari territoriali.
Nonostante il miglioramento, il confronto con la media europea resta aperto. Molti partner UE hanno già abbattuto la soglia del 9%, e l'Italia deve ancora fare i conti con un "gap" interno tra Nord e Sud che non accenna a scomparire. Nelle regioni meridionali, infatti, il tasso di abbandono continua a oscillare in diverse aree oltre il 12-13%, a fronte di eccellenze settentrionali che sono già ampiamente sotto la media comunitaria.
La posizione del sindacato SAB: "Servono investimenti, non solo progetti"
Sulla questione è intervenuto con una nota ufficiale il 13 agosto 2026 il Sindacato Autonomo di Base (SAB), esprimendo una posizione critica sulla natura degli interventi messi in campo finora. Secondo il sindacato, i progressi statistici non devono trarre in inganno: il rischio è che si tratti di un miglioramento "drogato" da finanziamenti a termine che non modificano la struttura profonda del sistema istruzione.
Il SAB sottolinea come la lotta alla dispersione non possa essere delegata esclusivamente a progetti extra-curriculari o a tutoraggi temporanei finanziati dal PNRR. "Per prevenire il disagio giovanile e l'abbandono", si legge nella nota sindacale, "è necessario un investimento strutturale che passi per il rafforzamento degli organici e la riduzione del numero di alunni per classe".
Il sindacato pone l'accento su tre punti fondamentali:
- Stabilizzazione del personale: La continuità didattica è considerata il primo argine contro l'abbandono. Un docente che cambia ogni anno non può instaurare quel legame di fiducia necessario a recuperare gli studenti più fragili.
- Potenziamento degli organici ATA: Il supporto amministrativo e tecnico è fondamentale per gestire le scuole in aree a rischio, spesso sovraccariche di adempimenti burocratici.
- Infrastrutture e tempo pieno: La carenza di mense e palestre, soprattutto al Sud, limita l'offerta formativa pomeridiana, lasciando i ragazzi in contesti sociali difficili senza il presidio scolastico.
Il ruolo del PNRR e l'incognita del post-2026
Gran parte delle azioni di contrasto alla dispersione attuate nell'ultimo biennio sono state sostenute dai fondi europei. I percorsi di mentoring, l'orientamento potenziato e i laboratori per le competenze di base hanno dato i loro frutti, ma la domanda che molti operatori scolastici si pongono riguarda il futuro prossimo. Entro la fine del 2026, la finestra dei finanziamenti PNRR si chiuderà.
Il timore delle parti sociali è che, una volta esauriti i fondi straordinari, le scuole non abbiano le risorse ordinarie per mantenere attivi i presidi di legalità e inclusione creati in questi anni. Per questo motivo, il mondo della scuola chiede al Ministero dell'Istruzione e del Merito di trasformare le sperimentazioni positive in norme di sistema, garantendo coperture finanziarie certe nel bilancio dello Stato.
Cosa cambia per le scuole nel prossimo anno scolastico
Con l'avvio dell'anno scolastico 2026/2027, le istituzioni scolastiche saranno chiamate a un ulteriore sforzo di monitoraggio. Le linee guida ministeriali prevedono un utilizzo sempre più puntuale dei dati INVALSI per individuare precocemente i casi di "dispersione implicita" — ovvero quegli studenti che, pur frequentando, non raggiungono le competenze minime richieste.
Per le famiglie e i docenti, il dato del 10% è un segnale di speranza, ma la realtà quotidiana nelle classi di periferia racconta una sfida ancora aperta. La prevenzione del disagio giovanile richiede non solo numeri in calo, ma una presenza costante dello Stato che vada oltre la logica dei bandi a scadenza. Come ribadito dal SAB, la stabilità degli organici e la dignità del lavoro scolastico restano i pilastri su cui costruire una scuola che non lasci indietro nessuno.
Per approfondire le richieste sindacali e i dettagli sulle proposte per gli organici, è possibile consultare il comunicato integrale sul sito del Sindacato SAB.




