La notizia di una studentessa che ha completato il percorso di laurea triennale in Scienze dell’Educazione in meno di due anni, conciliando gli studi con tre attività lavorative contemporanee, ha scatenato un acceso dibattito sui media nazionali. Mentre in molti hanno celebrato il traguardo come un esempio di efficienza e determinazione, c’è chi invita alla cautela, sottolineando i rischi di una narrazione che rischia di normalizzare ritmi di vita insostenibili.
Tra le voci più critiche spicca quella di Enrico Galiano, noto scrittore e insegnante, che attraverso i suoi canali social ha sollevato dubbi profondi sull’impatto culturale di questo tipo di storie. La domanda posta da Galiano è diretta: “Siamo sicuri che faccia bene questa narrazione?”. Il timore, espresso con forza, è che il racconto della “laurea lampo” possa trasformarsi in un modello di riferimento tossico, alimentando il mito della prestazione a ogni costo.
Il rischio della competizione estrema
Il nodo centrale della riflessione di Galiano non riguarda il valore del singolo successo personale, che resta un dato di fatto, quanto piuttosto l’effetto che tale narrazione produce sulla collettività. In un sistema universitario e lavorativo già caratterizzato da forti pressioni, presentare il completamento di un ciclo di studi in tempi record come un traguardo auspicabile rischia di porre standard irrealistici per la media degli studenti.
Secondo l’analisi di Galiano, il rischio è quello di alimentare una cultura in cui il valore di una persona viene misurato esclusivamente sulla base della sua capacità di “produrre” risultati nel minor tempo possibile. Questo approccio tende a trascurare il tempo necessario per la sedimentazione delle conoscenze, per la riflessione critica e, non da ultimo, per il benessere psicofisico dei giovani, spesso già in bilico tra precariato e incertezza del futuro.
Oltre il mito della velocità
Il dibattito sollevato tocca corde sensibili nel mondo dell’istruzione. Se da un lato il sistema universitario italiano incoraggia la regolarità negli studi, dall’altro la valorizzazione del merito non dovrebbe coincidere con la glorificazione della velocità estrema. La formazione accademica, specialmente in ambiti delicati come le scienze dell’educazione, richiede un tempo di maturazione che non può essere sempre compresso.
Il monito di Galiano si inserisce in un contesto in cui il disagio giovanile, legato proprio alle aspettative di performance, è oggetto di crescente attenzione da parte delle istituzioni e degli esperti. Trasformare l'eccezione — ovvero la capacità individuale di gestire carichi di lavoro proibitivi — in una sorta di “nuova normalità” rischia di creare un senso di inadeguatezza in chi, pur seguendo un percorso lineare e regolare, non riesce o non desidera allinearsi a standard di produttività estremi.
In attesa di capire come evolverà il dibattito, l’intervento di Galiano invita a una riflessione più ampia sul senso dello studio oggi: è più importante arrivare prima al traguardo o costruire un percorso che permetta di assimilare davvero le competenze necessarie per il proprio futuro professionale?
La discussione resta aperta, ma il segnale lanciato è chiaro: prima di celebrare acriticamente ogni record di velocità, è necessario interrogarsi sul costo umano che tali traguardi comportano e sul messaggio che, implicitamente, inviamo alle nuove generazioni.
Foto di copertina: Unknown author Unknown author — CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons