Venticinque anni sono passati da quel luglio del 2001 che ha segnato profondamente la storia italiana contemporanea. Oggi, martedì 21 luglio 2026, il ricordo dei fatti del G8 di Genova – avvenuti tra il 19 e il 22 luglio di venticinque anni fa – riemerge con la forza di una ferita che, per molti, non si è mai del tutto rimarginata. Tra le migliaia di persone che scesero in piazza, c’erano anche molti insegnanti, studenti e precari del mondo della scuola, spinti dal desiderio di partecipazione civile.
Tra loro c’era anche una docente trentina, che all'epoca era una giovane precaria in cerca di stabilità, oggi insegnante di ruolo in un istituto superiore della provincia di Trento. Per lei, come per tanti altri, Genova non fu solo un evento politico, ma un'esperienza di formazione umana e civile che ha inevitabilmente condizionato il suo modo di vivere la scuola e la didattica.
Il ricordo di una generazione
“Ricordo il caldo soffocante, la sensazione di un’energia collettiva che non avevo mai percepito prima”, racconta la docente, ripercorrendo quelle giornate. “Eravamo partiti dal Trentino con lo spirito di chi credeva nel confronto globale, nei diritti, nella tutela dell’ambiente. Non avremmo mai immaginato che quella settimana si sarebbe trasformata in una delle pagine più cupe della democrazia italiana”.
La memoria corre inevitabilmente alla morte di Carlo Giuliani, avvenuta il 20 luglio 2001, e alle ore drammatiche dell’irruzione delle forze dell’ordine nella scuola Diaz-Pertini, avvenuta nella notte tra il 21 e il 22 luglio. “La scuola, che per noi è il luogo sacro del sapere, del dialogo e della protezione dei giovani, fu teatro di violenze che ancora oggi fatico a descrivere a parole. È stato un trauma collettivo che ha segnato la mia generazione di insegnanti”.
La scuola come luogo di memoria
A distanza di un quarto di secolo, il dibattito su come trasmettere questi fatti alle nuove generazioni rimane aperto. Per la docente trentina, che ha vissuto in prima persona gli scontri, il compito dell'insegnante è quello di aiutare gli studenti a interrogarsi criticamente sui fatti, anche quelli più controversi.
“Non si tratta di fare politica in aula, ma di insegnare il valore della memoria e il rispetto delle istituzioni”, spiega. “Raccontare il G8 oggi significa discutere con i ragazzi di libertà di espressione, di gestione dell'ordine pubblico e, soprattutto, di cosa significhi essere cittadini attivi in una democrazia. La scuola deve essere il luogo dove si analizzano le fonti, dove si confrontano le diverse prospettive, affinché episodi come quelli di Genova non restino solo un capitolo oscuro, ma diventino un monito per il futuro”.
Un impegno quotidiano
Oggi, nel suo istituto, la docente continua a portare avanti l’idea di una scuola che non si limita ai programmi ministeriali, ma che dialoga con la realtà. “Quello che ho vissuto a Genova mi ha insegnato che il silenzio è spesso complice. Per questo, ogni volta che entro in classe, porto con me non solo i libri, ma anche la consapevolezza che il ruolo di un educatore è quello di stimolare il pensiero critico, unico vero anticorpo contro l'intolleranza e la violenza”.
A venticinque anni di distanza, la testimonianza di questa insegnante è un invito a non dimenticare, a riflettere sulla responsabilità che ogni educatore ha nei confronti dei propri studenti: formare coscienze critiche capaci di comprendere la complessità del mondo, anche quando questo si presenta nelle sue forme più drammatiche e contraddittorie.