Riceviamo e pubblichiamo il contributo del professor Marco Sicali, docente di Scienze Motorie e Sportive specializzato per le attività di sostegno, sul ruolo educativo del movimento nella scuola italiana.
È ora che le Scienze Motorie salgano in cattedra
Nel dibattito sulla scuola del futuro si parla molto di intelligenza artificiale, innovazione digitale, competenze STEM e nuove metodologie didattiche. Temi centrali, destinati a ridefinire il modo di insegnare e di apprendere. Molto meno spazio viene invece dedicato a una dimensione altrettanto decisiva per la crescita degli studenti: il movimento.
Eppure basta osservare alcune delle realtà scolastiche più avanzate d'Europa per comprendere che benessere, attività motoria e apprendimento non rappresentano ambiti separati, ma parti di uno stesso progetto educativo. Dalla Francia ai Paesi nordici, il movimento viene considerato una leva strategica per favorire salute, partecipazione e successo formativo.
In Italia, al contrario, si fatica ancora a riconoscere pienamente il valore educativo di questa disciplina. Eppure, di fronte a sfide come sedentarietà, disagio giovanile, fragilità relazionali, inclusione degli studenti più vulnerabili e promozione del benessere psicofisico, appare sempre più evidente quanto essa possa offrire risposte concrete e attuali. Non è semplicemente una materia curricolare: è una risorsa educativa.
I modelli educativi europei
Guardare oltre i confini nazionali aiuta a comprendere la direzione intrapresa dai sistemi educativi più avanzati. In Francia l'Éducation Physique et Sportive occupa uno spazio significativo all'interno del percorso scolastico e gode di un riconoscimento culturale che va ben oltre la pratica sportiva. Nei Paesi nordici, invece, il movimento è stato progressivamente integrato nella quotidianità scolastica attraverso pause attive, attività all'aperto, percorsi interdisciplinari e una diffusa cultura del benessere.
Non è una scelta casuale. Le politiche educative europee riconoscono sempre più chiaramente che il benessere fisico non è separato dall'apprendimento, ma ne rappresenta una condizione essenziale. Anche l'UNESCO, attraverso il programma Quality Physical Education, considera l'educazione fisica una componente fondamentale di un'istruzione inclusiva e di qualità. In altre parole, non si investe sul movimento per formare più sportivi, ma persone che apprendano meglio, vivano meglio e stiano meglio.
Il richiamo dell'Organizzazione Mondiale della Sanità
Le linee guida dell'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomandano per bambini e adolescenti almeno sessanta minuti quotidiani di attività fisica moderata o intensa. Le stesse evidenziano come il movimento contribuisca non soltanto alla salute fisica, ma anche allo sviluppo cognitivo, al benessere mentale e alle funzioni esecutive.
La scuola non può farsi carico da sola del raggiungimento di questo obiettivo, ma resta uno dei pochi contesti in grado di garantire a tutti gli studenti, senza distinzioni, opportunità educative fondate sul movimento. In un'epoca dominata dagli schermi e da stili di vita sempre più sedentari, questo ruolo assume un valore ancora più rilevante.
Il falso dilemma tra movimento e apprendimento
Per lungo tempo si è pensato che dedicare maggiore attenzione a questa disciplina significasse sottrarre tempo alle materie considerate più importanti. Le evidenze scientifiche raccontano invece una storia diversa. Numerose revisioni sistematiche mostrano che l'attività fisica favorisce concentrazione, memoria, attenzione e funzioni esecutive, senza effetti negativi sul rendimento scolastico. Al contrario, contribuisce a creare condizioni più favorevoli all'apprendimento e al benessere emotivo.
La domanda, allora, non dovrebbe essere quante ore sottrarre alle altre discipline, ma se possiamo permetterci di ignorare uno strumento educativo che contribuisce in modo così significativo alla qualità dell'apprendimento.
Educare attraverso il corpo
Ridurre quest'ambito alla sola dimensione sportiva significa sottovalutarne la portata educativa. Attraverso il movimento gli studenti imparano a rispettare regole condivise, a collaborare con gli altri, a sviluppare autocontrollo, a gestire le emozioni, a superare le difficoltà e a riconoscere il valore dell'impegno personale. Sono quelle competenze che oggi definiamo life skills e che rappresentano una componente essenziale della formazione integrale della persona.
La scuola contemporanea non può limitarsi alla trasmissione di conoscenze. Deve contribuire alla formazione di cittadini autonomi, responsabili e consapevoli.
La palestra come laboratorio di inclusione
La mia esperienza come docente specializzato per le attività di sostegno mi ha insegnato una lezione importante: spesso la palestra è uno degli ambienti più inclusivi dell'intera scuola. Qui molti studenti trovano opportunità che altrove faticano a incontrare.
Studenti con disabilità, con bisogni educativi speciali o con difficoltà linguistiche e relazionali possono partecipare attivamente attraverso modalità comunicative differenti da quelle tradizionali. Il corpo diventa linguaggio, la collaborazione si trasforma in relazione e l'attività motoria offre a molti studenti occasioni concrete di successo, appartenenza e crescita personale. L'inclusione non nasce soltanto dalle norme o dai documenti scolastici. Nasce soprattutto dalle esperienze condivise.
Una scelta per il futuro
La scuola del XXI secolo è chiamata ad affrontare sfide sempre più complesse. Per farlo non bastano tecnologie innovative e programmi aggiornati. Serve una visione educativa capace di mettere realmente al centro il benessere della persona e la qualità delle relazioni.
Le principali organizzazioni internazionali, dall'Organizzazione Mondiale della Sanità all'UNESCO fino all'OCSE, richiamano con crescente chiarezza l'importanza della salute, delle competenze socio-emotive e dello sviluppo armonico degli studenti come elementi essenziali di un sistema educativo efficace. Anche la ricerca scientifica degli ultimi anni converge su una conclusione sempre più evidente: il movimento non rappresenta una pausa dall'apprendimento, ma una delle condizioni che lo favoriscono.
Investire nelle Scienze Motorie significa investire nella salute, nell'inclusione, nella prevenzione del disagio e nella qualità dell'esperienza scolastica. Per troppo tempo questa disciplina è stata considerata un insegnamento complementare. Eppure i sistemi educativi più avanzati, le evidenze scientifiche e l'esperienza quotidiana di migliaia di docenti raccontano una realtà diversa. Il movimento non sottrae spazio all'apprendimento: lo sostiene, lo accompagna, talvolta lo rende possibile. Forse è arrivato il momento di riconoscerlo pienamente.
Marco Sicali è docente di Scienze Motorie e Sportive, specializzato per le attività di sostegno. Si occupa di inclusione scolastica, benessere degli studenti e valorizzazione dell'attività motoria come strumento educativo, formativo e sociale.