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Scuola, il grande inganno della "continuità" sul sostegno: se l’algoritmo conta più del legame educativo

Scuola, il grande inganno della "continuità" sul sostegno: se l’algoritmo conta più del legame educativo

Riceviamo e pubblichiamo il contributo della docente Rosita Zammataro sul tema della continuità didattica sul sostegno. Il testo esprime il punto di vista di chi scrive e non riflette necessariamente la posizione della redazione.

Di fronte a disabilità complesse come lo spettro autistico, cambiare docente ogni anno è un trauma. Eppure, le regole delle graduatorie continuano a mettere i punteggi dei docenti davanti ai diritti degli alunni.

Ad ogni aggiornamento delle GPS la scuola italiana celebra lo stesso rituale burocratico. Si parla di inclusione, di "scuola a misura di studente", di tutele. Poi però si aprono i registri delle graduatorie e la realtà si mostra per quella che è: una catena di montaggio in cui il diritto dell'alunno con disabilità a un percorso coerente viene sacrificato sull'altare del punteggio e dell'anzianità di servizio del docente.

La chiamano continuità didattica, ma per come è concepita oggi è poco più di un miraggio, una formula vuota stampata sulle circolari. Il sistema attuale non è strutturato per garantire un percorso lineare all'alunno: è strutturato per tutelare la posizione in graduatoria dell'insegnante. Così ogni anno scolastico si trasforma in una lotteria in cui a perdere sono quasi sempre i più fragili.

Un ordine delle priorità da ribaltare

La continuità dovrebbe, prima di tutto, blindare il diritto dello studente a un percorso educativo unico e coerente. La burocrazia scolastica ragiona invece al contrario: protegge la posizione lavorativa del docente e considera l'alunno una variabile dipendente. Non a caso il decreto legislativo 66/2017, all'articolo 14 sulla continuità del progetto educativo, affida il proseguimento del rapporto a una valutazione del dirigente e alla disponibilità dei posti, restando comunque subordinato alle operazioni sul personale e alle graduatorie.

Per uscire dal vicolo cieco serve un cambio di paradigma. La soluzione è tanto semplice quanto radicale: nel momento in cui un insegnante di sostegno viene assegnato a un alunno — anche con una supplenza breve o un contratto a tempo determinato — quel docente dovrebbe avere la certezza, e l'obbligo professionale, di seguire lo studente fino al termine del ciclo scolastico.

L'algoritmo ministeriale e le graduatorie dovrebbero fermarsi davanti alla porta della classe. Solo dopo che l'insegnante avrà condotto l'alunno alla fine del percorso — i cinque anni della primaria, i tre della secondaria di primo grado o i cinque delle superiori — si potrà tornare a parlare di punteggio. A ciclo concluso, con il percorso messo in sicurezza, il docente potrà far valere i propri punti per una nuova sede.

Nello spettro autistico il danno diventa irreparabile

Se il sistema mostra le sue crepe con qualsiasi disabilità, diventa drammaticamente fallimentare con i disturbi dello spettro autistico. In questi casi l'insegnante di sostegno non è un semplice "facilitatore" delle materie: è il perno dell'intero equilibrio quotidiano dello studente. Prevedibilità e stabilità non sono preferenze, sono necessità.

Costruire una relazione di fiducia richiede mesi di sintonizzazione emotiva, di decodifica di linguaggi non verbali e di comportamenti-problema. Quando quel legame si spezza per ragioni puramente amministrative non si cambia solo un professore: si demolisce un punto di riferimento, con regressioni comportamentali, ansia e isolamento. Si condanna l'alunno, e la sua famiglia, a un eterno "giorno della marmotta" emotivo e cognitivo.

La battaglia delle associazioni

Su questa linea si muovono da tempo diverse associazioni. Per FISH e Anffas la continuità didattica non è un optional né un privilegio concesso alle famiglie, ma un pilastro dell'inclusione, tanto più di fronte a disabilità complesse. Le associazioni richiamano la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata in Italia con la legge 18/2009, per chiedere allo Stato ogni misura necessaria — quell'"accomodamento ragionevole" previsto dalla Convenzione stessa — così da evitare il trauma del cambio annuale del docente, che rallenta l'apprendimento e cancella i riferimenti dei ragazzi.

Finché la continuità resterà ancorata a un algoritmo e al punteggio dei docenti, continueremo ad assistere a una parodia dell'inclusione: le famiglie chiedono stabilità, ma il sistema la concede solo se il punteggio lo consente. La stabilità lavorativa dei docenti è un diritto sacrosanto; non può però entrare in conflitto con il diritto alla salute e all'educazione dei ragazzi.

Prof.ssa Rosita Zammataro

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