Con la conclusione dell'anno scolastico 2025/2026 ormai alle porte, si riaccende con forza il dibattito sulle retribuzioni del personale della scuola. A far discutere sono i dati ufficiali pubblicati dall'ARAN nel suo recente Rapporto semestrale n. 2/2025 sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti. I numeri confermano l'allarme lanciato da tempo dalla FLC CGIL: nell'ultimo decennio, gli stipendi di docenti e personale ATA hanno subito una pesante svalutazione in termini reali. Tra il 2015 e il 2025, infatti, a fronte di un'inflazione cumulata che ha sfiorato il 22,6%, gli aumenti salariali si sono fermati ad appena il 13,4%, traducendosi in una perdita netta del potere d'acquisto pari al 9,2%.
La forbice tra inflazione e aumenti contrattuali
Per chi lavora ogni giorno tra i banchi di scuola, questa discrepanza non è solo una statistica, ma una realtà che pesa mensilmente sul bilancio familiare. Con uno stipendio medio netto che per docenti e personale ATA oscilla generalmente tra i 1.500 e i 1.800 euro, una perdita reale di oltre il 9% significa rinunciare a centinaia di euro ogni mese. Secondo la FLC CGIL, i dati dell'ARAN mettono nero su bianco un progressivo impoverimento del personale scolastico che i recenti rinnovi contrattuali non sono riusciti a compensare. L'incremento delle retribuzioni è rimasto costantemente indietro rispetto all'aumento del costo della vita, erodendo la capacità di spesa reale di oltre un milione di lavoratori del comparto Istruzione e Ricerca.
Il peso dei blocchi e il confronto con l'Europa
Il sindacato punta il dito in particolare sul triennio contrattuale 2022-2024, un accordo che la FLC CGIL ha scelto di non firmare proprio a causa dell'inadeguatezza delle risorse: a fronte di un'inflazione che ha superato il 17% in quel triennio, gli incrementi salariali previsti si attestano intorno al 6%. A questo si somma l'eredità del blocco legislativo della contrattazione nel pubblico impiego, durato dal 2010 al 2015 e dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale nel 2015, i cui effetti si sono trascinati a lungo, dato che la firma del successivo contratto per il triennio 2016-2018 è avvenuta concretamente solo nel 2018.
La situazione italiana appare ancora più critica se paragonata al resto dei Paesi industrializzati. Nell'ultimo rapporto dell'OCSE, Education at a Glance 2025, emerge chiaramente come i docenti italiani siano tra i meno pagati in Europa, con retribuzioni inferiori del 15% rispetto alla media europea. La sperequazione è evidente anche all'interno della stessa Pubblica Amministrazione italiana, dove il personale scolastico, pur possedendo in media titoli di studio elevati, percepisce stipendi inferiori rispetto ad altri comparti statali.
Cosa serve per invertire la rotta
In vista delle prossime scadenze politiche e della definizione della futura manovra economica, la FLC CGIL chiede un cambio di rotta radicale. Non servono bonus una tantum o soluzioni temporanee, ma investimenti strutturali capaci di agganciare stabilmente le retribuzioni all'inflazione reale. Senza adeguate risorse finanziarie per i prossimi rinnovi contrattuali, il rischio concreto è quello di una progressiva svalutazione della professione docente, con ripercussioni inevitabili sull'attrattività del sistema scolastico per le giovani generazioni. Il sindacato ha già annunciato che, in assenza di risposte concrete dal Governo, la risposta dei lavoratori non potrà che tradursi in una mobilitazione.
La partita per la dignità salariale nella scuola resta dunque aperta. Per docenti e ATA, la richiesta è chiara: restituire valore al proprio lavoro, partendo prima di tutto da una busta paga che non venga costantemente erosa dal carovita.