La vertenza che sta interessando il British Council in Italia si fa sempre più tesa. Il primo incontro formale previsto per l’esame della procedura di licenziamento collettivo, che minaccia ben 108 dei 130 dipendenti dell’ente nel nostro Paese, si è concluso con un totale nulla di fatto. Nonostante le proteste delle scorse settimane, la direzione dell'istituto britannico ha confermato la propria linea di assoluta rigidità, spingendo i sindacati a confermare la seconda giornata di sciopero nazionale per il prossimo giovedì 4 giugno 2026.
Scontro totale e mobilitazione a Roma
Dopo l'altissima adesione registrata durante la prima giornata di sciopero dello scorso 21 maggio, che ha visto i dipendenti manifestare a Roma, Milano e Napoli, la distanza tra le parti resta incolmabile. Come confermato in una nota ufficiale della FLC CGIL, la dirigenza del British Council ha mostrato una totale chiusura, rifiutando qualsiasi passo indietro sul piano di ristrutturazione che prevede il taglio dell'83% del personale in Italia.
Di conseguenza, la mobilitazione prosegue con la conferma dello sciopero nazionale del 4 giugno 2026. Per l'occasione è stata organizzata una manifestazione nazionale a Roma, in piazza SS. Apostoli, a partire dalle ore 14:00. L'obiettivo dei lavoratori è quello di tenere accesi i riflettori su un provvedimento che, secondo le rappresentanze sindacali, maschera una precisa scelta politica del governo di Londra dietro la facciata di una finta crisi aziendale.
Cosa cambia per la scuola e la cooperazione culturale
Il ridimensionamento quasi totale del British Council in Italia non rappresenta soltanto un dramma occupazionale per le oltre cento famiglie coinvolte, ma rischia di avere un impatto pesantissimo sull'intero sistema scolastico e formativo italiano. Da decenni, l'ente è un punto di riferimento fondamentale per l'insegnamento della lingua inglese, la formazione dei docenti delle scuole pubbliche e la somministrazione delle certificazioni linguistiche internazionali (come l'IELTS), indispensabili per il percorso accademico e professionale di migliaia di studenti.
La dismissione delle sedi fisiche e la paventata esternalizzazione dei servizi didattici verso piattaforme interamente online o verso Paesi con un costo del lavoro inferiore segnano la fine di un'era. Viene così messo a repentaglio lo storico accordo culturale bilaterale tra Italia e Regno Unito, in vigore dal 1951, che per oltre settant'anni ha garantito uno scambio educativo e culturale costante tra le due nazioni.
L'appello al Governo e la battaglia in Parlamento
Fronteggiando quello che viene definito un vero e proprio "muro di gomma", la FLC CGIL ha lanciato un appello urgente affinché l'esecutivo italiano intervenga nella vertenza. Il sindacato chiede in particolare il coinvolgimento attivo del Ministero degli Affari Esteri, del Ministero della Cultura e del Ministero del Lavoro per chiedere al governo britannico il rispetto dei trattati internazionali e la salvaguardia dei posti di lavoro.
Il caso è già approdato in Parlamento attraverso un'interrogazione rivolta ai ministri competenti. I deputati chiedono chiarimenti sulle iniziative che il Governo intende adottare per scongiurare la chiusura delle sedi italiane dell'ente e tutelare l'occupazione di professionisti altamente qualificati che, con il loro lavoro, hanno finora assicurato standard d'eccellenza nell'offerta formativa del nostro Paese.
Prospettive per il futuro
La giornata del 4 giugno si preannuncia decisiva per misurare la tenuta della protesta e per verificare se la pressione mediatica e istituzionale riuscirà a riaprire un canale di dialogo. Per il personale della scuola, per gli studenti e per le famiglie che da anni si affidano ai servizi del British Council, la speranza è che si possa giungere a una mediazione che eviti la perdita di un patrimonio culturale e professionale insostituibile.