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Lo stipendio massimo di un prof italiano dopo 30 anni è meno di quello iniziale di un collega tedesco al primo giorno. I numeri OCSE che nessuno vuole dire ad alta voce

22 marzo 2026 di Vincenzo Schirripa

Sai qual è lo stipendio massimo che puoi raggiungere da insegnante di scuola superiore in Italia, dopo trent'anni di servizio, concorsi, corsi obbligatori, aggiornamenti e sacrifici? Circa 47.000 euro lordi annui. Sai qual è lo stipendio di un docente tedesco al primo anno di lavoro, appena assunto, senza un giorno di esperienza alle spalle? Più di 50.000 euro. Hai capito bene: in Germania guadagni di più il primo giorno di cattedra di quanto guadagnerai tu dopo una carriera intera. E questo non lo dice un sindacato: lo dice l'OCSE.

Il rapporto Education at a Glance 2025, pubblicato dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico lo scorso settembre, ha fotografato con i numeri quello che i docenti italiani vivono ogni mese sulla pelle. L'Italia non è ultima in assoluto nella classifica OCSE — ci sono Paesi come Ungheria, Lettonia e Slovacchia che pagano gli insegnanti ancora meno. Ma nel confronto con i grandi Paesi europei, il divario è talmente ampio da sembrare irreale. E alcune cifre, messe in fila, fanno impressione anche a chi le conosce già.

I numeri che non tornano

Partiamo dai dati concreti. Lo stipendio medio effettivo di un docente italiano della scuola superiore si aggira intorno ai 47.000-50.000 dollari a parità di potere d'acquisto. La media OCSE europea è di 73.000 dollari. La Germania supera i 100.000. La Francia è attorno agli 80.000. La Spagna — un Paese che storicamente veniva considerato in una situazione simile all'Italia — ha superato abbondantemente la media europea. Noi siamo fermi.

Ma il dato più sorprendente non è l'importo assoluto. È la progressione di carriera, o meglio la sua quasi totale assenza. In Italia la differenza tra stipendio iniziale e stipendio massimo è una delle più basse di tutta l'OCSE. Un docente alla fine della carriera guadagna circa il 30-40% in più rispetto al primo anno. In Germania, Francia e Spagna quella differenza supera il 100%. Significa che in altri Paesi la carriera docente ha senso economico: più anni di servizio, più esperienza, più formazione — più soldi. Da noi la progressione è talmente piatta che molti insegnanti con 25 anni di cattedra portano a casa meno di un neoassunto in quasi tutti gli altri settori della pubblica amministrazione.

Il paradosso italiano: costi nella media, stipendi da ultimi

C'è un dato che spiazza ancora di più, perché sembra contraddire tutto il resto. Il costo per studente in Italia non è affatto basso: nella scuola primaria siamo vicini alla media OCSE, nella secondaria inferiore siamo addirittura in linea con gli altri Paesi. Com'è possibile spendere nella media per studente e pagare i docenti così poco?

La risposta è nelle classi. L'Italia ha classi mediamente più piccole rispetto agli standard OCSE, il che fa salire il costo per allievo anche con stipendi bassi. Paradossalmente, il sistema scolastico italiano spende relativamente tanto per ogni bambino seduto in un banco — ma quella spesa va in gran parte alle strutture, all'organizzazione, alla burocrazia. Agli insegnanti, cioè alle persone che effettivamente insegnano, arriva la parte minore.

Guadagnano meno dei colleghi di ministero

La situazione diventa ancora più straniante quando si esce dal confronto internazionale e si resta dentro i confini italiani. Secondo i dati FLC CGIL elaborati sugli stessi rapporti OCSE, i docenti italiani guadagnano il 22,95% in meno rispetto alla media dei dipendenti dei ministeri centrali. Il 18,62% in meno rispetto alla media di tutta la pubblica amministrazione. Non rispetto ai manager privati, non rispetto ai professionisti del settore bancario: rispetto agli altri impiegati statali.

Un insegnante con laurea magistrale, abilitazione, corsi di specializzazione e anni di aggiornamento obbligatorio — che è tecnicamente un laureato con qualifica professionale specifica — guadagna il 33% in meno rispetto alla media dei lavoratori laureati a tempo pieno in Italia. La media OCSE di questo divario si ferma al 17%. Da noi è il doppio. Il messaggio implicito è chiaro: in Italia laurearsi per insegnare conviene meno che laurearsi per fare quasi qualsiasi altra cosa.

Dal 2015 gli stipendi sono scesi in termini reali

Nell'ultimo decennio le retribuzioni dei docenti italiani hanno perso il 4,4% del potere d'acquisto in termini reali. Nello stesso periodo, in Germania gli stipendi dei docenti sono cresciuti del 15% in termini reali. In Francia del 10%. In Spagna del 7%. Non si tratta di confronti con economie lontane o sistemi scolastici incomparabili: si tratta dei nostri vicini di casa europei, con strutture scolastiche simili, con problemi analoghi di invecchiamento della categoria e difficoltà di reclutamento.

I docenti della scuola dell'infanzia e della primaria — quelli che lavorano con i bambini più piccoli, quelli che secondo tutti gli studi di neuroscienze dell'educazione operano nella fase di apprendimento più critica della vita umana — nel 2025 guadagnano meno di quanto guadagnavano nel 2015, al netto dell'inflazione. Non è una stima: è un dato certificato dall'OCSE.

Il rinnovo del contratto: un passo avanti che non chiude il gap

A gennaio 2026 è entrato in vigore il rinnovo del CCNL Istruzione e Ricerca 2022-2024, firmato a dicembre 2025. Gli aumenti lordi vanno da 120 a 201 euro al mese a seconda dell'anzianità e del grado di scuola. In termini netti, per la maggior parte dei docenti si tratta di 70-120 euro mensili in più. Un passo avanti reale, dopo anni di blocco contrattuale, che il Ministro Valditara ha definito "storico".

Ma per chiudere il gap con la media europea servirebbero aumenti ben diversi. Il salario medio di un docente italiano dovrebbe crescere di circa 9.800 euro lordi annui — quasi 820 euro lordi al mese — solo per raggiungere la media dei colleghi europei. Non la Germania. Non la Francia. La media. Con gli aumenti del nuovo contratto siamo a circa 150 euro lordi mensili in più. La strada è lunga.

Perché questo dovrebbe preoccupare anche chi non è docente

C'è una domanda che i dati OCSE pongono in modo indiretto ma insistente: se insegnare conviene così poco economicamente, chi sceglierà di farlo nei prossimi anni? La crisi di vocazione docente è già in atto. I concorsi faticano a coprire tutti i posti disponibili in molte classi di concorso. Il numero di laureati che sceglie le facoltà di scienze dell'educazione è in calo. Le cattedre di matematica e fisica alle superiori restano scoperte per mesi ogni anno.

Il problema non è solo di chi insegna. È di chi viene insegnato. Ogni anno che passa con stipendi da fondo classifica europeo è un anno in cui i migliori laureati scelgono altre strade, e il sistema scolastico italiano si impoverisce di competenze che non torneranno.

Trent'anni di carriera per guadagnare meno del primo stipendio di un collega tedesco. Questo non è un aneddoto. È la fotografia di un Paese che chiede agli insegnanti di formare le prossime generazioni, ma non ha ancora deciso quanto vale davvero quel lavoro.

Tags: stipendio
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