NewsIstruzione
Scuola

Classi con meno di 15 alunni: cosa rischia davvero la tua scuola nel 2026/27

18 marzo 2026 di Vincenzo Schirripa

Le iscrizioni chiuse a febbraio 2026 confermano la tendenza: oltre 130.000 studenti in meno il prossimo anno scolastico. E nelle scuole primarie dei piccoli comuni, la soglia dei 15 alunni per classe si sta trasformando in una sentenza. Ecco cosa prevede la legge, dove si può derogare e chi rischia davvero di perdere la propria scuola.

C'è un numero che in questo periodo sta tenendo sulle spine dirigenti scolastici, sindaci e famiglie di mezza Italia: 15. È il numero minimo di alunni richiesto dalla normativa vigente per attivare una classe prima della scuola primaria. Un numero che, con il crollo demografico in corso, sta diventando sempre più difficile da raggiungere nei comuni più piccoli. E quando non viene raggiunto, le conseguenze non si limitano al registro scolastico: coinvolgono l'intera comunità che quella scuola la vive ogni giorno.

I numeri dell'inverno demografico

I dati delle iscrizioni per l'anno scolastico 2026/2027, chiuse a febbraio, non lasciano spazio a interpretazioni rassicuranti. A livello nazionale si stima una perdita di oltre 130.000 studenti rispetto all'anno precedente, con il colpo più duro che si abbatte sulla scuola primaria. Non si tratta di un calo contingente o legato a qualche variabile temporanea: è l'onda lunga della denatalità che ha iniziato a manifestarsi in modo strutturale proprio adesso, e che nei prossimi anni si farà sentire sempre di più.

I dati regionali confermano la gravità del fenomeno. In Puglia gli iscritti alle classi prime si sono ridotti di quasi 4.000 unità in tre anni, con province come Lecce (-14,1%) e Barletta-Andria-Trani (-12,5%) che guidano la classifica dei cali più bruschi. In Sardegna, per la prima volta, il calo ha colpito in modo marcato la scuola primaria, con circa 2.000 iscrizioni in meno e un numero complessivo di bambini alle elementari sceso sotto quota 50.000. In Trentino la scuola primaria ha registrato un -4,48% nelle iscrizioni alle classi prime. Il Molise ha perso circa il 30% degli alunni nell'arco di pochi anni, la Basilicata il 18%. E se le tendenze restano invariate, entro il 2035 si potrebbe arrivare a quasi 1,4 milioni di studenti in meno nella fascia 5-14 anni.

La soglia dei 15 alunni: cosa dice la legge

Il DPR 81/2009 è chiaro: una classe prima della scuola primaria non può essere costituita con meno di 15 alunni. Non è una raccomandazione, è un requisito. Se un plesso scolastico raccoglie meno iscritti di quella soglia, l'Ufficio Scolastico Regionale non autorizza l'attivazione della classe, e le famiglie si trovano costrette a iscrivere i propri figli in un altro istituto, spesso a chilometri di distanza.

Per la scuola secondaria di primo grado il minimo è 18 alunni, per quella dell'infanzia 18 sezioni. Il numero massimo per la primaria è 26 alunni, elevabili a 27 in caso di eccedenza.

Esiste però una valvola di sicurezza. La normativa prevede deroghe specifiche per i comuni montani, le piccole isole e le aree geografiche abitate da minoranze linguistiche: in questi contesti le classi si possono attivare anche con soli 10 alunni. I Dirigenti degli Uffici Scolastici Regionali possono inoltre autorizzare classi in deroga nelle aree interne e in quelle caratterizzate da maggiore dispersione scolastica. E quando un plesso è l'unico nel raggio di molti chilometri — la cosiddetta "scuola unica di frazione" — l'amministrazione può autorizzare classi con numeri ridotti per garantire il diritto allo studio.

Il problema è che queste deroghe non sono automatiche. Richiedono una valutazione caso per caso, e il rischio che vengano negate esiste.

Il dimensionamento scolastico: la seconda mina

Al calo demografico si somma il processo di dimensionamento scolastico, che per l'anno 2026/2027 sta producendo accorpamenti e soppressioni di autonomie scolastiche in tutto il Paese. Il coefficiente di calcolo fissato a 938 alunni per istituzione spinge inevitabilmente verso la chiusura dei plessi più piccoli e la creazione di grandi poli scolastici centralizzati.

Il Consiglio dei Ministri ha già commissariato Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna per non aver adeguato i piani di accorpamento. In Emilia-Romagna, il decreto ministeriale ha sancito la riduzione delle autonomie scolastiche da 532 a 515 — 17 in meno — con ricadute su tutte le province. I sindacati hanno protestato duramente, parlando di istituzioni "monstre" da 1.000 a 1.800 alunni create senza alcun confronto con il territorio. Dal prossimo anno scolastico, nel complesso, 152 dirigenti scolastici e DSGA in meno rispetto al 2024/2025.

Il paradosso geografico

C'è un elemento che rende questa situazione particolarmente ingiusta. Mentre nelle aree rurali e nei piccoli comuni le classi chiudono per mancanza di bambini, nelle grandi città le classi cosiddette "pollaio" continuano ad esistere con 28-29 alunni per aula. La distribuzione delle risorse non segue più la geografia reale delle nascite: si concentra dove i numeri reggono, lasciando indietro le aree dove la tenuta demografica è già compromessa.

Per un bambino di 6 anni che vive in un piccolo comune del Mezzogiorno o di un'area interna, la chiusura della classe prima locale non significa solo un disagio logistico: significa in molti casi un trasporto di un'ora o più ogni mattina, un distacco precoce dalla comunità, e spesso l'inizio di un processo di abbandono che non riguarda solo la scuola ma l'intero paese.

L'organico che si assottiglia

Le conseguenze non riguardano solo le famiglie. Ogni classe che non nasce è anche una cattedra in meno. La Legge di Bilancio 2025 ha già ridotto l'organico dell'autonomia di 5.660 unità rispetto all'anno precedente, una riduzione distribuita in base al calo degli alunni. E la tendenza è strutturale: la stessa legge ha sostituito la programmazione triennale del personale con una determinazione annuale, aprendo la strada a riduzioni di organico più flessibili e rapide in risposta al calo demografico.

Il presidente dell'Associazione nazionale dei presidi Giannelli ha già chiarito che per ora non ci sono licenziamenti: la contrazione avviene principalmente attraverso la mancata sostituzione dei docenti che vanno in pensione, circa 30.000 l'anno. Ma a lungo andare, se il calo prosegue al ritmo attuale, il margine si assottiglierà.

Derogare o riorganizzare?

Il dibattito su cosa fare con le classi sotto soglia è aperto e divide. C'è chi, come la sottosegretaria Frassinetti, vede nella riduzione degli alunni per classe un'opportunità per migliorare la qualità della didattica e personalizzare l'insegnamento, piuttosto che un problema da risolvere con accorpamenti forzati. Una visione condivisibile in teoria, ma che richiede risorse aggiuntive — non tagli lineari — per essere attuata concretamente.

Sul fronte sindacale, Anief ha contestato l'applicazione "meramente aritmetica" dei parametri normativi, chiedendo che vengano valutate le specificità territoriali prima di negare l'attivazione di una classe. Pacifico ha parlato esplicitamente di tutela della "coesione territoriale e della vitalità delle comunità": chiudere una scuola primaria in un piccolo comune non è solo una decisione organizzativa, è spesso l'inizio della fine per quel paese.

La risposta del sistema pubblico a questa sfida dirà molto su quale tipo di coesione nazionale vogliamo garantire nei prossimi decenni. Per il momento, i numeri parlano chiaro: 130.000 studenti in meno ogni anno, e la soglia dei 15 alunni che in molti comuni è diventata un confine sempre più difficile da superare.

Tags: studenti
Condividi:

Visualizza versione completa