Dal 9 marzo la Carta del docente è attiva con un importo ridotto da 500 a 383 euro. Il Ministero spiega che i soldi sono stati ridistribuiti su una platea più ampia. Sindacati e opposizione non ci stanno. E i docenti di ruolo si sentono defraudati.
Dieci anni dopo la sua introduzione, la Carta del docente cambia faccia. Dal 9 marzo 2026 il bonus per la formazione degli insegnanti è tornato attivo sulla piattaforma ministeriale, ma con una sorpresa che ha fatto alzare la voce a sindacati, associazioni di categoria e opposizioni politiche: l'importo individuale scende da 500 a 383 euro, un taglio netto di 117 euro per ogni docente.
La misura, introdotta dalla Legge 107 del 2015, era rimasta invariata a 500 euro per un decennio. Quest'anno, per la prima volta, il valore cambia. E la motivazione ufficiale del Ministero dell'Istruzione è una sola: la platea dei beneficiari si è allargata enormemente, il fondo complessivo è rimasto sostanzialmente lo stesso, quindi il pezzo per ciascuno si riduce.
Cosa è cambiato: più docenti, meno soldi a testa
La novità strutturale di questa edizione è l'estensione del bonus ai docenti precari, finalmente inclusi in modo stabile dopo anni di battaglie legali. Possono ora accedere alla Carta anche i supplenti annuali su posto vacante fino al 31 agosto, i docenti con contratto fino al termine delle attività didattiche al 30 giugno e il personale educativo dei convitti e degli educandati. In totale, secondo i dati del Ministero, la platea supera ormai il milione di insegnanti — oltre 253.000 in più rispetto all'anno scorso.
Questo ampliamento è il risultato diretto delle sentenze della Corte di Giustizia Europea e dei tribunali nazionali che dal 2021 avevano riconosciuto il diritto al bonus anche agli insegnanti non di ruolo. Una vittoria attesa e sacrosanta. Il problema, sostengono i critici, è come è stata finanziata: non con risorse aggiuntive, ma redistribuendo il fondo esistente su più persone.
Risultato: i docenti di ruolo che prima ricevevano 500 euro ora si ritrovano con 383. E i 253.000 nuovi beneficiari ricevono lo stesso importo ridotto.
Le nuove regole di spesa
Oltre al taglio dell'importo, cambiano anche le categorie di acquisto ammesse. Restano confermate le classiche voci — libri, corsi di formazione, musei, mostre, eventi culturali, hardware e software, strumenti didattici — ma si aggiungono due novità: i servizi di trasporto di persone, compresi gli abbonamenti ai mezzi pubblici, e gli strumenti musicali.
C'è però un freno importante sugli acquisti tecnologici: computer, tablet e software potranno essere acquistati con la Carta solo una volta ogni quattro anni. Una limitazione introdotta alla luce dei dati sull'utilizzo degli anni passati: secondo il Ministro Valditara, negli ultimi quattro anni su 1,323 miliardi di euro spesi il 60,5% era andato in hardware e software, e solo il 6% in formazione. Una proporzione che il Ministero ha evidentemente deciso di correggere.
La risposta del Ministero: "Non è un taglio, è equità"
La difesa del governo è arrivata su più fronti. La sottosegretaria all'Istruzione ha respinto le critiche definendole "del tutto strumentali": "Questo governo non ha tagliato le risorse, ma ha reso la misura più equa ed efficace, estendendola per la prima volta a oltre 250mila docenti precari che per anni erano stati esclusi."
Il Ministero ha inoltre sottolineato che ai 400 milioni del fondo ordinario si aggiungono 281 milioni di fondi europei, destinati in parte a percorsi formativi nelle scuole e in parte all'acquisto di strumenti digitali da concedere in comodato d'uso ai docenti. Una dote aggiuntiva che, secondo la narrativa ministeriale, compensa abbondantemente la riduzione del bonus individuale.
L'attacco politico e la risposta di Valditara
Lo scontro politico si è acceso quasi subito. Matteo Renzi, che della Carta del docente è il padre fondatore, è andato all'attacco su X: "Dieci anni fa il mio Governo ha istituito la Carta del docente con 500 euro per ciascun docente. Tutti i governi successivi hanno confermato la mia misura. Grazie al Governo Meloni, la Carta del docente non vale più 500 euro ma 383 euro." E ha aggiunto: "Giorgia Meloni aumenta le consulenze di Chigi, gli stipendi dei dirigenti romani, le assunzioni di amici e amichetti. Ma taglia sulla Carta del docente."
La risposta di Valditara non si è fatta attendere, ribadendo che l'operazione non è un taglio ma una redistribuzione, e che il valore complessivo dell'investimento sulla formazione docenti è anzi aumentato grazie ai fondi europei.
Cosa dicono i sindacati
Il fronte sindacale è compatto nel criticare la scelta, anche se con sfumature diverse. La FLC CGIL parla di "gioco a somma zero a discapito dei lavoratori": condivisibile l'estensione ai precari, inaccettabile che venga finanziata riducendo il bonus a chi già ce l'aveva. La UIL Scuola apprezza l'allargamento della platea ma chiede un aumento strutturale del fondo. L'Associazione Nazionale Docenti è la più dura: il presidente Pio Sangiovanni parla di "operazione ragionieristica", definendo la riduzione "cinica e inaccettabile" e osservando che "di fronte alla sforbiciata operata suona quasi provocatorio parlare di nuove opportunità di spesa."
Tutti i sindacati concordano su un punto rimasto irrisolto: il personale ATA è ancora escluso dalla misura, nonostante alcune promesse in questo senso mai tradotte in atti concreti.
Il nodo dell'inflazione
C'è un aspetto che nei comunicati ufficiali viene sistematicamente ignorato ma che i docenti sentono sulla pelle: i 500 euro del 2015 non valgono 500 euro nel 2026. Dieci anni di inflazione hanno già eroso significativamente il potere d'acquisto del bonus. Ridurlo ulteriormente a 383 euro significa che in termini reali il valore della Carta del docente oggi è sensibilmente inferiore a quello originario. Non una redistribuzione, dunque, ma una contrazione effettiva dello strumento.
Che la misura fosse da riformare, quasi tutti concordano. Che farlo a costo zero per le casse dello Stato, scaricando il prezzo dell'equità sui docenti che già ce l'avevano, sia la scelta giusta, è tutt'altra questione.